Sehr Kosmisch
Il Krautrock, che non mi vergogno di chiamare affettuosamente così, è stato, forse, l’unico fenomeno musicale autenticamente europeo del ventesimo secolo. Nato, cresciuto, pensato, sentito in Europa.
Il rock’n’roll, in tutte le sue declinazioni da Carl Perkins in poi, è americano, sebbene gli inglesi abbiano tentato, e tentino ancora, di impadronirsi della paternità di alcuni fenomeni musicali, o provino a inventarsi fenomeni musicali inesistenti, tipo il brit pop, o la musica indie.
Per fenomeno musicale intendo questo: una scena, un insieme di musicisti, in grado di produrre, in un arco relativamente ristretto di tempo, una serie di lavori con alcune caratteristiche comuni, che possano rappresentare una svolta autentica (una trasvalutazione dei cliché estetici preesistenti) per le generazioni di musicisti immediatamente successive, e che possano essere frutto di una certa comunanza spirituale, di un unico grande sentire in grado di svolgere se stesso nei modi più disparati, pur sempre portando avanti alcuni tratti comuni essenziali, essenziali nella loro comunanza ideologica e estetica. Nella Germania dei primi anni ’70 è accaduto esattamente questo.
Non riesco a decidere di che gruppo parlerò. Questo era partito come un pezzo sui Neu! (e sui parenti stretti Harmonia e La Dusseldorf), poi però mi sono reso conto che può andare bene, questo cappello introduttivo, anche per Ralf Und Florian dei Kraftwerk, per Hosianna Mantra e Affensunde e In den Gärten Pharaos dei Popol Vuh, per il primo e per il quarto disco dei Faust, per i primi due dischi degli Ash Ra Tempel, per Phallus Dei e Yeti degli Amon Düül II, per i Can, per I Kollektiv, e per un sacco di altri gruppi o dischi che mi sono dimenticato di nominare.
Il fatto stesso che io non riesca a decidere a chi far proseguire questo cappello introduttivo, dimostra quanto quel cappello, almeno per quanto mi riguarda, abbia profondamente ragione.
Non riesco a pensare a nessuno di questi gruppi, e a nessuno di questi dischi, senza pensare poi, inevitabilmente, a tutti gli altri.
Dovete capire che mi trovo nel bel mezzo di una profonda immersione, di una grande rimpatriata, di una di quelle cicliche scorpacciate che di tanto in tanto decido di concedermi, ripensando a quegli anni in cui ho scoperto questa musica meravigliosa. Una scoperta che mi ha tenuto occupato per un paio d’anni buoni, e che mi ha portato a passare l’estate della maturità in Germania, e che mi ha regalato le ore di ascolto più perfette che io abbia mai sperimentato. La prima volta che ascolti Hallogallo dei Neu!, o Vuh dei Popol Vuh, o Amboss degli Ash ra Tempel, non può essere paragonabile a nessun’altra prima volta in cui ascolti qualunque altra cosa. E non vorrei non averle mai sentite così potrei sentirle per la prima volta. Un ascolto non è mai uguale all’altro. Questi pezzi cambiano, sono esseri viventi che mutano, prendono nuova forma, che dimostrano che i meccanismi e gli organismi non sono per niente differenti nei loro processi, nel loro vivere.
Quindi, invece di stare qua a non decidermi su chi scrivere, farò un’altra cosa: andrò a cercare quei tratti comuni, quei pilastri ideologici e estetici che fanno di questi dischi quello che sono: testimonianze, testi sacri, espressioni del genio umano, inni alla vita.
Si tratta, in realtà, di dischi molto diversi tra loro: Se prendete le canzoni che ho citato qua sopra (Hallogallo, Vuh, Amboss) e le ascoltate una in fila all’altra vi accorgerete di alcune cose. Prima cosa di cui vi accorgerete: s’è fatta notte, è passato un sacco di tempo, e voi non ve ne siete nemmeno accorti.
Seconda cosa di cui vi accorgerete: quella parolina, mi riferisco a Krautrock, sembra scomparire, annullarsi, dissolversi. Questo perché il mondo intero sembra scomparire, annullarsi, dissolversi.
Terza cosa di cui senz’altro vi accorgerete: il tizio che ha scritto questo pezzo in realtà ci ha coglionati. Quei tratti estetici e ideologici di cui ci parlava non esistono. In realtà sono solo frutto della sua disoccupazione. Questi dischi sono diversissimi tra loro. Hallogallo è il gigantesco trionfo della monotonia, un accordo ripetuto all’infinito, un moto in perpetua accelerazione, la cagnetta Laika in viaggio per non si sa dove, un aeroplano supersonico che continua a fendere candide nuvole d’ovatta: va tutto molto bene. Amboss è il gigantesco trionfo del dio Dioniso, un trionfo lacerante e urtante, con tutti i pezzi del suo corpo che ti vengono continuamente lanciati in faccia. Vuh è Vuh: l’assenza di coordinate è sbalorditiva, uno dei più felici e riusciti attentati che siano mai stati fatti contro il pensiero razionale, scioglimento, dissoluzione.
Quarta cosa di cui spero vi accorgerete: in realtà, però, si tratta solo di differenze formali, che possono andar bene per differenziare un paio di scarpe da un altro, ma che non possono essere usate per differenziare un brano musicale da un altro. In realtà si tratta di tre preghiere allo stesso grande dio. Per ogni movimento di Shiva danzante, una preghiera.
Trasvalutazione dei cliché estetici: fare musica leggera, perché pur sempre di musica leggera si tratta, cambiando completamente le carte in tavola. Ascoltare i tre dischi dei Neu! uno in fila all’altro vi aiuterà a capire molto bene questo concetto. C’era gente che dopo l’ultimo San Remo mi chiedeva: “hai sentito? Elio ha fatto un pezzo di un solo accordo” credo sia facile, per i maniaci del Kraut, immaginare la mia reazione di assoluta indifferenza (adoro Elio. Non fraintendete). I Neu! sono perfetti per spiegare la Trasvalutazione dei cliché estetici: bandito ogni virtuosismo, bandita ogni forma di auto indulgenza, dischi in cui non devi preoccuparti di cosa fanno gli strumenti, di chi suona cosa, di chi sta facendo quale assolo. Un grande corpo olistico (siete fortemente pregati di non pensare all’onorevole Scilipoti. Grazie), in cui termini come “individuo” non hanno diritto di cittadinanza. Tenete presente che erano i primi anni settanta, e che c’era un tizio chiamato Jimmy Page che si presentava sul palco con cose tipo la doppia chitarra o l’archetto del violino: il trionfo dell’individuo.
Aver fatto musica sperimentale riuscendo a renderla orecchiabile, piacevole, autoironica piuttosto che auto indulgente e piuttosto che autoreferenziale, e persino ballabile: questo è il grande merito dei Neu!, dei primissimi Kraftwerk, dei Faust, dei Guru Guru, e di tutta quella progenie di tossicomani che scorrazzava per la Germania Occidentale.
Musica Cosmica: questa sarebbe la definizione accademicamente corretta del Krautrock. Come spesso capita alle definizioni, non vuole dire assolutamente nulla. Quindi vi prego di non prenderla come una definizione, ma come una mappa, una dichiarazione d’intenti da ripetere a se stessi ogni qualvolta ci si ritrovi a mettere su Hosianna Mantra o il primo disco dei Cluster. Dove stai andando, dovete chiedervi, ogni volta che ascoltate questa roba. Nell’universo. A esplorarlo. A farlo mio.
L’Autostrada: nel suo libro Krautrocksampler, uno dei migliori libri musicali che mi sia mai capitato di leggere, Julian Cope dice una cosa che ho sempre pensato. I tedeschi, proprio come gli americani, sono un popolo profondamente autostradale. Questo carattere autostradale ha inevitabili ripercussioni sulla musica prodotta da quel popolo. Un sacco di chilometri di meraviglioso asfalto sul quale correre senza limiti di velocità. Un sacco di cielo. Un sacco di colline. Tutto molto vicino a dio.
Sono tedeschi: quindi tendono a fare le cose molto meglio degli altri, specie quando fanno musica.
Sono tedeschi dei primi anni settanta: i loro genitori stavano a sentire un tizio coi baffi che gli spiegava che era appena iniziato il reich millenario. Ecco, loro vogliono allontanarsi il più possibile da quel ricordo, vogliono annientarlo, vogliono una diversa anima tedesca.
Le copertine: sono le copertine più fighe che siano mai state prodotte. Cercatevi quella del primo disco dei Faust. O tutte quelle dei Neu! e degli Harmonia e dei La Dusseldorf. O quelle dei primi due dischi dei Kraftwerk. Sono eccezionali.
Direi che per oggi può bastare così, poi se mi viene in mente altro ve lo farò sapere.
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