Bersani: Cornuto e Mazziato


ricorda vagamente little tony

Signore Pietà. Cristo Pietà. Signore Pietà. Cristo Pietà

Il personalismo a metà di Bersani. A metà nel senso che si esprime solo in senso passivo. Questa è forse una delle cose che più mi hanno colpito in questa cinquantina di giorni che hanno seguito le elezioni politiche. Posto che difendere Bersani, oggi come oggi, è più difficile che far mangiare una cotoletta al Mahatma Gandhi (che non sa cosa si perde), una cosa però va detta: lui ci ha provato. Non mi riferisco al tentativo fallimentare di mettere in moto l’ingolfata macchina democratica italiana, con sforzi degni della più inesperta delle ragazze con scarpa col tacco che ci danno sulla pedivella rischiando di ammazzarsi (non ce l’ho con la coppia “donne e motori”, ce l’ho con la coppia “scarpa col tacco e pedivella”). No. Mi riferisco a un messaggio che ha provato a far passare: quel messaggio che dice(va) che è(ra) finita l’era dei partiti personali. Ha provato a  farsi passare come pura e semplice espressione di un partito, di un partito diviso in correnti che trova un compromesso e lo propone alle altre forze politiche. Gli altri partiti, però, non sono fatti così. E gli italiani, i partiti fatti così, hanno smesso di capirli dopo tangentopoli, non senza qualche ragione. E, cosa forse ancora più importante, le altre compagini non si vendono al pubblico in questa maniera. Quindi, che Bersani lo voglia o meno, oggi non si parla di Pdl, M5S, e di PD (Scelta Civica è rilevante come un attivista proibizionista alle cinque del pomeriggio di un venerdì in un pub di Newcastle: lo stai anche a sentire per un po’, poi butti giù la tua birra, e inizi a pigliarlo per il culo lanciando il suo cappello da una parte all’altra della stanza), ma si parla di Berlusconi, di Grillo, e di Bersani.

Vallo a spiegare alla gente che tu non hai votato Bersani, ma il Partito Democratico. Ti ruttano in faccia, dopo averti trattato più o meno come l’amico di Newcastle tratta il proibizionista.

Il PD non riesce a decidersi a trovare un nome per il Quirinale? Che sia vero o no (la verità in politica è pochissima roba. Tendenzialmente, quando fai della verità il tuo faro in politica, finisci fucilato, o trombato, o entrambe le cose), e io non credo che sia vero, la colpa è tutta del segretario, sul quale ci si accanisce come gli ammutinati del Bounty si accanivano con quel simpaticone del capitano. Il personalismo, che tu ti rifiuti di guardare in faccia, decide di fare un giro un po’ più largo, e di penetrarti direttamente da dietro. Il PD non dà i voti a Rodotà? La gente capisce che Bersani non dà i voti a Rodotà. E in un certo senso è proprio così, perché stai giocando a questo gioco, non a un altro. Il problema è che cerchi di giocare a un gioco (a mio avviso abominevole) con le regole di un altro gioco. Hai sbagliato sport, e non puoi limitarti a dire che l’hanno sbagliato tutti gli altri.

Questo in cosa si traduce? Che da una parte ti comporti in un certo modo, cerchi, cioè, di mettere insieme le diverse voci, di tenere insieme paffuti bambinoni ex gioventù DC con manie (e smanie) di protagonismo con correnti che vorrebbero una svolta a sinistra, o con dirigenti coi baffi che vengono direttamente dal più filosovietico dei partiti comunisti di area NATO. Stai a sentire tutti, cerchi di farli collaborare, cerchi di metterli d’accordo. Da una parte rifiuti categoricamente il personalismo. Lo schifi. Ma quello non lo elimini  schifandolo. Dall’altra parte, però, quando l’accordo poi non si trova, quelli coi baffi e quelli paffuti mica se la pigliano la loro razione di merda: te la lasciano tutta a te, e tu te la devi mangiare tutta, dall’inizio alla fine, da solo. Sei la vittima perfetta di un personalismo passivo, non voluto, mai del tutto capito. Sei cornuto, e sei pure mazziato.

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La Musica Così Come La Trovai – Krautrock


MusikVonHarmoniaPicSehr Kosmisch

Il Krautrock, che non mi vergogno di chiamare affettuosamente così, è stato, forse, l’unico fenomeno musicale autenticamente europeo del ventesimo secolo. Nato, cresciuto, pensato, sentito in Europa.

Il rock’n’roll, in tutte le sue declinazioni da Carl Perkins in poi, è americano, sebbene gli inglesi abbiano tentato, e tentino ancora, di impadronirsi della paternità di alcuni fenomeni musicali, o provino a inventarsi fenomeni musicali inesistenti, tipo il brit pop, o la musica indie.

Per fenomeno musicale intendo questo: una scena, un insieme di musicisti, in grado di produrre, in un arco relativamente ristretto di tempo, una serie di lavori con alcune caratteristiche comuni, che possano rappresentare una svolta autentica (una trasvalutazione dei cliché estetici preesistenti) per le generazioni di musicisti immediatamente successive, e che possano essere frutto di una certa comunanza spirituale, di un unico grande sentire in grado di svolgere se stesso nei modi più disparati, pur sempre portando avanti alcuni tratti comuni essenziali, essenziali nella loro comunanza ideologica e estetica. Nella Germania dei primi anni ’70 è accaduto esattamente questo.

Non riesco a decidere di che gruppo parlerò. Questo era partito come un pezzo sui Neu! (e sui parenti stretti Harmonia e La Dusseldorf), poi però mi sono reso conto che può andare bene, questo cappello introduttivo, anche per Ralf Und Florian dei Kraftwerk, per Hosianna Mantra e Affensunde  e In den Gärten Pharaos dei Popol Vuh, per il primo e per il quarto disco dei Faust, per i primi due dischi degli Ash Ra Tempel, per Phallus Dei e Yeti degli Amon Düül II, per i Can, per I Kollektiv, e per un sacco di altri gruppi o dischi che mi sono dimenticato di nominare.

Il fatto stesso che io non riesca a decidere a chi far proseguire questo cappello introduttivo, dimostra quanto quel cappello, almeno per quanto mi riguarda, abbia profondamente ragione.

Non riesco a pensare a nessuno di questi gruppi, e a nessuno di questi dischi, senza pensare poi, inevitabilmente, a tutti gli altri.

Dovete capire che mi trovo nel bel mezzo di una profonda immersione, di una grande rimpatriata, di una di quelle cicliche scorpacciate che di tanto in tanto decido di concedermi, ripensando a quegli anni in cui ho scoperto questa musica meravigliosa. Una scoperta che mi ha tenuto occupato per un paio d’anni buoni, e che mi ha portato a passare l’estate della maturità in Germania, e che mi ha regalato le ore di ascolto più perfette che io abbia mai sperimentato. La prima volta che ascolti Hallogallo dei Neu!, o Vuh dei Popol Vuh, o Amboss degli Ash ra Tempel, non può essere paragonabile a nessun’altra prima volta in cui ascolti qualunque altra cosa. E non vorrei non averle mai sentite così potrei sentirle per la prima volta. Un ascolto non è mai uguale all’altro. Questi pezzi cambiano, sono esseri viventi che mutano, prendono nuova forma, che dimostrano che i meccanismi e gli organismi non sono per niente differenti nei loro processi, nel loro vivere.

Quindi, invece di stare qua a non decidermi su chi scrivere, farò un’altra cosa: andrò a cercare quei tratti comuni, quei pilastri ideologici e estetici che fanno di questi dischi quello che sono: testimonianze, testi sacri, espressioni del genio umano, inni alla vita.

Si tratta, in realtà, di dischi molto diversi tra loro: Se prendete le canzoni che ho citato qua sopra (Hallogallo, Vuh, Amboss) e le ascoltate una in fila all’altra vi accorgerete di alcune cose. Prima cosa di cui vi accorgerete: s’è fatta notte, è passato un sacco di tempo, e voi non ve ne siete nemmeno accorti.

Seconda cosa di cui vi accorgerete: quella parolina, mi riferisco a Krautrock, sembra scomparire, annullarsi, dissolversi. Questo perché il mondo intero  sembra scomparire, annullarsi, dissolversi.

Terza cosa di cui senz’altro vi accorgerete: il tizio che ha scritto questo pezzo in realtà ci ha coglionati. Quei tratti estetici e ideologici di cui ci parlava non esistono. In realtà sono solo frutto della sua disoccupazione. Questi dischi sono diversissimi tra loro. Hallogallo è il gigantesco trionfo della monotonia, un accordo ripetuto all’infinito, un moto in perpetua accelerazione, la cagnetta Laika in viaggio per non si sa dove, un aeroplano supersonico che continua a fendere candide nuvole d’ovatta: va tutto molto bene. Amboss è il gigantesco trionfo del dio Dioniso, un trionfo lacerante e urtante, con tutti i pezzi del suo corpo che ti vengono continuamente lanciati in faccia. Vuh è Vuh: l’assenza di coordinate è sbalorditiva, uno dei più felici e riusciti attentati che siano mai stati fatti contro il pensiero razionale, scioglimento, dissoluzione.

Quarta cosa di cui spero vi accorgerete: in realtà, però, si tratta solo di differenze formali, che possono andar bene per differenziare un paio di scarpe da un altro, ma che non possono essere usate per differenziare un brano musicale da un altro. In realtà si tratta di tre preghiere allo stesso grande dio. Per ogni movimento di Shiva danzante, una preghiera.

Trasvalutazione dei cliché estetici: fare musica leggera, perché pur sempre di musica leggera si tratta, cambiando completamente le carte in tavola. Ascoltare i tre dischi dei Neu! uno in fila all’altro vi aiuterà a capire molto bene questo concetto. C’era gente che dopo l’ultimo San Remo mi chiedeva: “hai sentito? Elio ha fatto un pezzo di un solo accordo” credo sia facile, per i maniaci del Kraut, immaginare la mia reazione di assoluta indifferenza (adoro Elio. Non fraintendete). I Neu! sono perfetti per spiegare la Trasvalutazione dei cliché estetici: bandito ogni virtuosismo, bandita ogni forma di auto indulgenza, dischi in cui non devi preoccuparti di cosa fanno gli strumenti, di chi suona cosa, di chi sta facendo quale assolo. Un grande corpo olistico (siete fortemente pregati di non pensare all’onorevole Scilipoti. Grazie), in cui termini come “individuo” non hanno diritto di cittadinanza. Tenete presente che erano i primi anni settanta, e che c’era un tizio chiamato Jimmy Page che si presentava sul palco con cose tipo la doppia chitarra o l’archetto del violino: il trionfo dell’individuo.

Aver fatto musica sperimentale riuscendo a renderla orecchiabile, piacevole, autoironica piuttosto che auto indulgente e piuttosto che autoreferenziale, e persino ballabile: questo è il grande merito dei Neu!, dei primissimi Kraftwerk, dei Faust, dei Guru Guru, e di tutta quella progenie di tossicomani che scorrazzava per la Germania Occidentale.

Musica Cosmica: questa sarebbe la definizione accademicamente corretta del Krautrock. Come spesso capita alle definizioni, non vuole dire assolutamente nulla. Quindi vi prego di non prenderla come una definizione, ma come una mappa, una dichiarazione d’intenti da ripetere a se stessi ogni qualvolta ci si ritrovi a mettere su Hosianna Mantra o il primo disco dei Cluster. Dove stai andando, dovete chiedervi, ogni volta che ascoltate questa roba. Nell’universo. A esplorarlo. A farlo mio.

L’Autostrada: nel suo libro Krautrocksampler, uno dei migliori libri musicali che mi sia mai capitato di leggere, Julian Cope dice una cosa che ho sempre pensato. I tedeschi, proprio come gli americani, sono un popolo profondamente autostradale. Questo carattere autostradale ha inevitabili ripercussioni sulla musica prodotta da quel popolo. Un sacco di chilometri di meraviglioso asfalto sul quale correre senza limiti di velocità. Un sacco di cielo. Un sacco di colline. Tutto molto vicino a dio.

Sono tedeschi: quindi tendono a fare le cose molto meglio degli altri, specie quando fanno musica.

Sono tedeschi dei primi anni settanta: i loro genitori stavano a sentire un tizio coi baffi che gli spiegava che era appena iniziato il reich millenario. Ecco, loro vogliono allontanarsi il più possibile da quel ricordo, vogliono annientarlo, vogliono una diversa anima tedesca.

Le copertine: sono le copertine più fighe che siano mai state prodotte. Cercatevi quella del primo disco dei Faust. O tutte quelle dei Neu! e degli Harmonia e dei La Dusseldorf. O quelle dei primi due dischi dei Kraftwerk. Sono eccezionali.

Direi che per oggi può bastare così, poi se mi viene in mente altro ve lo farò sapere.

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La Musica Così Come La Trovai – Will The Circle be Unbroken (Nitty Gritty Dirt Band)


nitty-gritty-dirt-band will the circle be unbrokenEssere trovati dalla musica è meglio che cercarla e poi trovarla. Quando la cerchi sai sempre, più o meno, cosa aspettarti.

Quando è lei a trovarti il discorso cambia radicalmente. Se la cosa funziona, essa tende ad assumere la potenza di un testo sacro, l’effetto benefico di un forte tonico, il profumo di una giornata di vacanza, con il rumore degli elicotteri nel cielo soleggiato di marzo, fugace amico portatore di promesse che si infrangono in un lunedì di neve e gelo.

Da qualche tempo a questa parte, con due cari amici, mi sono imbarcato in un nuovo progetto musicale. Dobro, chitarre acustiche, contrabbasso. Senza particolari dogmi in fatto di generi, ma con l’intenzione dichiarata di prendere quanto più possibile dalla tradizione folk americana, e con il non meno dichiarato obiettivo di far ballare la gente senza una batteria.

Giovedì scorso ero a casa di Luca, uno dei due pard, a vedere di trovare qualche pezzo nuovo, altra carne da mettere al fuoco, e come al solito ne abbiamo tirati giù quasi una decina in un paio d’ore. Il bello del repertorio folk americano è che è smisurato, e che non ha confini molto chiari, quindi tu puoi pescare, senza troppa fatica, da una settantina d’anni di storia musicale, e dare a tutto un senso.

Una volta finite le prove, Luca ci ha tenuto a farmi sentire qualche pezzo di un disco, un disco che propone un certo numero di canzoni che abbiamo in repertorio, un disco che di quelle canzoni dà forse l’interpretazione più convincente. Dopo l’ascolto, nonostante io iniziassi a essere abbastanza brillo, ha deciso di prestarmelo per una settimana. Me l’ha prestato giovedì, siamo a lunedì. Non ho ascoltato molto altro in questi giorni.

Will The Circle Be Unbroken, della Nitty Gritty Dirt Band è un disco grandioso, funambolico, impossibile, miracoloso, profetico.

Immaginatevi un gruppo di ragazzi californiani, che stanno al mondo per tenere insieme la peluria, recarsi, nel 1972, a Nashville, Tennessee, con l’intento di registrare un disco con i mostri sacri del Country e del Bluegrass. Tutta gente che va regolarmente dal barbiere.

In questo disco, con la Nitty Gritty Dirt Band, suonano un po’ tutti: Merle Travis, Earl Scruggs, Doc Watson, Maybelle Carter. Manca Bill Monroe, che rifiutò di partecipare alla registrazione.

Due generazioni, tra loro estremamente diverse, che si ritrovano in studio di registrazione per fare musica. Dei giovani capelloni californiani insieme a degli anziani abitanti della bible belt.

Questa gente riesce a far trasparire tutta la grande forza della musica. E riesce anche a mettere in luce il punto fondamentale della musica: che si tratta cioè di un linguaggio, e come tale può e deve essere usato, e come ogni linguaggio, non può essere studiata a partire da stereotipi, o da tipi di qualunque genere. E che come ogni linguaggio non si lascia imprigionare, non si lascia incatenare, ma trova sempre nuova forza, e nuovi canali per i propri fluidi. Vuole essere vista, la musica, mentre succede, mentre prende vita come pratica condivisa. Gli stereotipi vanno benissimo per i creatori e produttori di serie televisive. Ma i musicisti se ne fanno poco.

È davvero commovente pensarci, pensare a questo simbolico passaggio di consegne, sentire degli autentici mostri sacri come Merle Travis o Doc Watson che spiegano ai ragazzi che il modo migliore di fare una canzone è di farla in una take, in presa diretta, perché ogni volta che rifai una canzone, ogni volta che aggiungi una take, you lose a little somthing.

E si tratta di un disco profondamente commovente, dall’inizio alla fine, nel quale queste individualità, queste grandissime individualità, si fondono, per così dire, e danno vita e voce a un grande corpo. Un grande corpo unitario che respira unito e si muove come una cosa sola.

Non a caso il punto più alto del disco, in cui la pelle d’oca diventa incontrollabile, e la tonalità emotiva di chi ascolta si avvicina molto all’estasi divina, è la title track, un pezzo in cui sono coinvolti tutti, e in cui tutti, compresi gli ascoltatori, vengono chiamati a unirsi a quel gigantesco coro.

Viviamo un tempo nel quale la spiritualità è vista con sospetto, dove a prevalere sono quei bevitori dei primi sorsi del bicchiere delle scienze naturali, quel bicchiere in fondo al quale, parafrasando ciò che mio fratello mi ha riferito delle sue letture di Heisenberg, si trova dio.

Lasciatemi dire che con dischi come questo io celebro le mie messe, canto le mie lodi all’uomo e al creato, provo a leggere le cifre che la vita mi mette di fronte ogni giorno, cifre così complicate che quando finalmente riesci a decifrarle ti abbagliano, per un istante, e riempiono il tuo essere, con le loro grandiose domande sul donde e sul dove; con dischi come questo celebro la vita e la morte, accompagno i miei defunti alla sepoltura in un giorno di pioggia, e scopro, per un breve istante, l’uomo, al di là dell’umano, e la deitas, senza avere alcun bisogno di dare un nome ad un deus.

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Intervista a John Holmstrom – Fondatore di Punk Magazine (prima parte)


Punk MagazineUn annetto fa intervistai John Holmstrom, co-fondatore di “Punk Magazine”, una pubblicazione che contribuì a diffondere per il mondo la filosofia del “Do It Yourself”. Uscita per la prima volta nel 1976, questa rivista divenne uno dei punti di riferimento della scena musicale nuovaiorchese di quegli anni, una scena molto viva, che ha preso il nome di quella rivista e che poteva annoverare gente come Ramones, Television, Richard Hell, Johnny Thunders e tantissimi altri.

Ecco l’intervista.

Nicola: Hai davvero fondato una rivista perché volevi i free drink? Sei poi riuscito a ottenere quei free drink?

 

John: No, ho fondato una rivista perché c’era un sacco di roba che volevo fare e dire. Ho raccontato a Legs (McNeil, co-fondatore, autore di Please Kill Me. N.d.A.) questa storia dei free drink per incentivarlo a partecipare. Tutto quello che faceva all’epoca era andare in giro a scroccare da bere alla gente. Il problema era che Legs e Ged (Dunn, co-fondatore, N.d.A.) non amavano la musica come la amavo io, quindi non potevo mettermi a dire “Ascolteremo un sacco di ottima musica, e vedremo un sacco di band pazzesche”, la cosa non li avrebbe interessati. Quindi ho detto a Legs delle feste e dei free drink. All’epoca le case discografiche davano delle feste sontuose, e noi ci facevamo mettere in lista. Ci siamo divertiti da matti. E sì, abbiamo bevuto gratis parecchio. Più che il bere gratis, però, mi piacevano i dischi gratis, e le lettere, e le ragazze, e le attenzioni. Avevamo tutto tranne i soldi.

 

Nicola: La prima volta che ho letto di “Punk Magazine” ho subito pensato che fosse la cosa che io avrei sempre voluto fare nella vita. Com’era? Voglio dire, era divertente? Come avete cominciato? Cosa vi ha portati a farlo?

 

John: Fondamentalmente abbiamo cominciato perché avevamo (io e Ged) i soldi da investirci. Ho trovato un posto a buon mercato  dove potevamo vivere e lavorare, e conoscevo un avvocato e un tipografo. Avevo anche un lavoro come fumettista freelance che mi permetteva di sbarcare il lunario, quindi potevo dedicare la maggior parte del mio tempo alla rivista. Il più grande problema, con tutto quel divertimento, fu quando finì. Eravamo tutti molto tristi e depressi. Niente più divertimento.

 

Nicola: Dimmi qualcosa del mondo che girava intorno a Punk Magazine

 

John: Abbiamo scatenato una rivoluzione e abbiamo cambiato il Mondo. Non proprio nel modo in cui intendevamo farlo, dal momento che molte altre persone furono coinvolte nella faccenda del punk, ma questo, per me, è stato motivo di ulteriore interesse. Per il primo anno eravamo praticamente la sola voce dell’intera faccenda punk, non c’erano molte persone disposte a credere in quello che facevamo. Poi sempre più persone si sono accorte dei Ramones, e della nostra rivista, e in pochi anni la musica è cambiata, la moda è cambiata, e poi con gli anni sono cambiati anche il mondo dell’arte e del cinema.

Vedi, il mondo, nel 1975, era dominato da una pigra cultura hippie che sapeva molto di vecchio, e di grasso. Le rivoluzioni che gli hippie avevano cercato di fare negli anni sessanta erano perlopiù fallite, l’unica vittoria degli hippie era che ora tutti indossavano vestiti stupidi e pacchiani, e che tutti si drogavano e andavano negli strip club e nelle discoteche. Sebbene avessero scosso il mondo, ora che erano cultura dominante, gli hippie non permettevano a nessuno di agitare le acque. La Disco Music stava cominciando, ma era più un’estensione dell’edonismo hippie. Noi abbiamo provato a scuotere il mondo, a rendere le cose più pericolose e interessanti.

 

Nicola: Parliamo un po’ di punk rock.

 

John: Il punk rock c’è sempre stato, è stato il prodotto del contributo di così tante persone che rispecchia il modello dell’albero di famiglia più di ogni mito della creazione. Quindi c’è sempre stato, la musica e la cultura gli hanno dato una voce, una faccia, l’hanno reso riconoscibile. Appartiene a chiunque voglia appropriarsene.

 

Nicola: Ho letto che volevate che la vostra rivista fosse simile (nello spirito) al disco Go Girl Crazy dei Dictators. Cos’hai pensato la prima volta che hai sentito quel capolavoro?

 

John: L’ho comprato io quel disco, dopo averne letto sulla rivista Creem, e l’ho subito adorato. Per la prima volta dopo tanto tempo c’era una band che usa lo humor allo stesso modo di come lo usavano band degli anni cinquanta e sessanta come Sam The Sham & The Pharahos e i Coasters. Il mio coinquilino hippie dell’epoca, che ascoltava gli Allman Brothers, odiava quel disco, quindi ero sicuro di aver trovato un gran disco.

 

Nicola: E cosa hai pensato quando hai ascoltato per la prima volta i Ramones?

 

John: Devo essere onesto… Molte delle persone che erano coinvolte nella rivista ne restarono letteralmente fulminate, e iniziarono a dire di “non aver mai sentito niente del genere prima”, ma io conoscevo già bene gente come Alice Cooper, T.Rex, gli Stooges, i New York Dolls, per me non era una grossa novità. Ma ovviamente li trovai fantastici, e pensai che fossero tutto quello che avevo sempre aspettato di vedere e sentire: niente assoli, nessuna pagliacciata sul palco, niente chiacchiere sul palco, non se ne stavano ore e ore ad accordare gli strumenti dopo esser saliti sul palco. Iniziavano e finivano. Venti minuti. Potenti e veloci. La perfezione. Per me era come andare a vedere i Beatles al Cavern Club nei primi anni sessanta. Eran così bravi che eri certo che ce l’avrebbero fatta. 

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Il Fascismo Torna di Moda


È da più o meno una settimana che il fascismo e il nazionalsocialismo, stando a guardare i social network e le agenzie di stampa, sono tornati di moda.

Gira su molti wall di facebook, e su molti account di Twitter, per esempio, quel famoso discorso di Hitler (non ho ancora capito se è autentico o un fake, ma per come si svilupperà quanto ho da dire non fa differenza), dove il baffetto fa di tutto per assomigliare a Beppe Grillo. In un commento a uno di questi link che avevo a mia volta commentato sul Facebook di un amico, veniva suggerita la lettura di un libro, di cui non ho voglia di andare a recuperare titolo e autore, in cui il partito nazionalsocialista viene dipinto, più o meno, e dando retta alla quarta di copertina (che poi non era neanche una quarta di copertina, ma la descrizione di Amazon), come una specie di comune hippy. Generalmente ho molta poca fiducia nelle quarte di copertina, ma quando si tratta di un libro sul nazismo, mi faccio volentieri aiutare dalla quarta di copertina per capire se leggerò mai quel libro. In questo caso ho deciso che non lo leggerò mai. Uno stato marcatamente socialista, diceva la descrizione fornita da Amazon, in riferimento allo stato tedesco del terzo Reich. Alt. Fermiamoci. Cambiamo scenario.

Poco dopo mi è toccato dover leggere le dichiarazioni della capogruppo a Montecitorio del Movimento cinque stelle Onorevole (cittadina, campagnola, montanara, marinaia, pescatrice, copista, cordon bleu) Lombardi su quanto di buono fatto dalla dittatura fascista in Italia.

Anche in questo caso, così come era successo nella descrizione di Amazon di quel libro, ho dovuto leggere delle radici socialiste del fascismo, di quello delle origini, del fascismo primordiale, del fascismo cosiddetto buono, che era buono, a mio avviso, solo perché ancora non se lo cagava nessuno. Anche i sansepolcrini dei proto hippy. Pure loro?

Uno storico, un filosofo, uno scrittore, un sociologo, un politologo, un ubriaco al bar. Queste sono le categorie di persone che possono ragionare a cuor sereno su quel capitolo di storia italiana, che possono permettersi di dire, più o meno, tutto ciò che gli passa per la testa pensando a quel periodo di storia d’Italia.

A un filosofo, scrittore, storico, sociologo, politologo, ubriaco al bar che mi dicesse una cosa del genere risponderei così: guarda che ti sbagli: l’obiettivo fondamentale di ogni socialismo è l’emancipazione delle classi lavoratrici: l’obiettivo fondamentale del fascismo, soprattutto del fascismo delle origini, al di là dei sicuri tratti socialisteggianti, non era l’emancipazione delle classi lavoratrici, ma la rivalsa della classe militare, la rivalsa di quegli uomini che avevano combattuto una guerra e che ora non si sentivano rappresentati dai trattati di pace internazionali. Il fascismo era figlio del momento. Il socialismo non è figlio del momento: è figlio della storia, è il risultato di un lungo processo storico. Mica lo dico io, eh. Lo dicono i socialisti. Che poi Mussolini usasse molte delle istanze del socialismo cosiddetto agrario, non cambia le carte in tavola. Il suo obiettivo principe, il cardine del suo programma, non era l’emancipazione delle masse contadine, ma la rivalsa dell’Italia nello scacchiere internazionale. Cercate programma di San Sepolcro su google e fatevi un’idea. Le istanze agrarie, social rivoluzionarie, e perfino anarchiche, erano presenti solo in quanto funzionali a quell’obiettivo principe. E poi, come dice il sempre valido Vangelo di Matteo, dai loro frutti li riconoscerete.

A una capogruppo a Montecitorio di un partito politico della Repubblica Italiana risponderei così: tu non ne puoi neanche parlare, non puoi neanche avvicinarti all’argomento. Non per una questione ideologica, ci mancherebbe, ma per una questione di opportunità e sensatezza. Il fascismo è stato, fin dalle origini, un acerrimo oppositore del sistema rappresentativo parlamentare. Ed è stato sconfitto, non è stato corroborato dalla storia. Ah, ma la storia la scrivono i vincitori. Certo che la storia la scrivono i vincitori: chi la deve scrivere? Chi perde?

Paragone di facile comprensione: un filosofo può guardare con ammirazione alla fisica aristotelica. Ma un tecnico di laboratorio, uno scienziato, non deve neanche avere in mente la fisica aristotelica mentre fa il suo lavoro. Perché? Perché non è stata ulteriormente corroborata dai successivi sviluppi della ricerca scientifica, parlare di fisica aristotelica, per lui, non avrebbe senso.

Così come non ha senso per Lombardi parlare di fascismo. Non con la casacca di parlamentare addosso.

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La Musica Così Come La Trovai – The Residents


Meet The ResidentsSe vengo a dirvi che il primo disco dei Residents è un disco piacevole, divertente, orecchiabile, alla portata di tutti, poi mi pigliate per matto. Voi volete che vi parli di musica totale, di anticonsumismo, di uso consapevole della cacofonia e del pastiche, di lotta contro le case discografiche. Ma io non lo farò. Non lo farò perché voi tutte queste cose le sapete già, e anche molto meglio di me, se avete aperto questo pezzo.

Quindi io vi dirò che si tratta proprio di un disco piacevole, divertente, orecchiabile. Forse non proprio alla portata di tutti, ma di sicuro alla portata di chiunque abbia una certa familiarità con pietre miliari della musica del XX secolo come i Faust, gli Holy Modal Rounders, i Fugs, la Magic Band di Captain Beefheart.

Il disco può spaventare, me ne rendo conto. Inizia a spaventare dalla copertina. I ragazzi hanno fatto alla copertina di With The Beatles quello che noi da piccoli facevamo alle copertine di Gente che trovavamo in giro per casa. Manca solo un cazzo gigante. Le note di copertina sono deliranti, al limite del demenziale, e parlano di un misterioso signor Senada (che secondo i più dovrebbe essere Don Van Vliet, Captain Beefheart in persona, che a me pare proprio che canti in un pezzo di questo disco), guida spirituale e professore di oscenità avanzata, e sono circondate dalle foto dei Beatles con teste di pesci o stelle marine.

Questo non è un disco da scaricare, scordatevelo. Se volete ascoltarlo prima di comprarlo si trova per intero su YouTube, ma poi compratelo. Compratelo perché nei vostri momenti di tristezza quella copertina, con le sue note e tutto il resto, vi risolleverà il morale come poche altre cose al mondo.

L’autodefinitasi “Louisiana’s Phenomenal Pop Combo” riesce a spingersi anche più in là dei gruppi che ho citato come riferimento qua sopra. Come i Faust, riprendono grandi hit della storia della pop music e li stravolgono, distorcendoli, snaturandoli, massacrandoli e dissacrandoli. Degli Holy Modal Rounders hanno una certa qual propensione al suscitare fastidio in chi ascolta (grida, epilessia). In comune con i grandissimi Fugs (di cui sono figli spirituali) hanno una certa idea dello studio di registrazione, che assomiglia molto, secondo me, alla descrizione della suite dell’hotel Flamingo in “Fear And Loathing in Las Vegas”, con i pompelmi, l’adrenocromo, e tutto il resto.

E ora che ci penso bene non c’è poi tanta differenza tra lo stile e lo spirito con cui Thompson ha scritto il suo libro, e lo stile e lo spirito con cui i Residents hanno messo insieme il loro primo album. Le due opere, se viste da vicino, sembrano ruotare intorno allo stesso punto: gli anni sessanta sono finiti, e i superstiti hanno qualche problemino ad andare avanti e a farsene una ragione. La breve fiammata ha lasciato una coda incendiaria e ha prodotto un’onda d’urto assai difficile da gestire.

Non riesco a non pensare a questo parallelismo. Così come il libro di Thompson prende la cultura della droga degli anni sessanta e la porta alle sue estreme conseguenze, producendosi in una scrittura allucinata, fuori di testa, spesso priva di una forma logica comprensibile, allo stesso modo, i Residents prendono la musica di quello stesso periodo e le fanno fare lo stesso giro sulla stessa folle giostra. L’unica grande differenza tra le due opere è la tonalità emotiva: Thompson è disilluso, deluso, e nostalgico. Si respira la nostalgia in tutto il libro. I Residents sono disillusi, cinici, iconoclasti, completamente matti. A loro non basta essere andati oltre un certo periodo, e magari ricordarlo con qualche lacrimuccia. Loro vogliono farlo a pezzi, forse deriderlo anche un pochettino. Pensate al momento in cui in N- Er – Gee salta fuori il classico del garage rock Nobody But Me degli Human Beinz. Se qualcuno mi chiedesse di esprimergli il senso di questo disco, gli suggerirei di ascoltare quel paio di minuti di follia. Quel boogaboo ripetuto ossessivamente è il senso del disco, e forse il senso di un intero decennio.

Finendola con le tritature di coglioni, che vi avranno di certo già annoiato, vorrei chiudere con una nota di colore: nel corso degli anni, data la riservatezza dei Residents, che hanno fatto di tutto per mantenere nascoste le loro identità, sono state avanzate diverse ipotesi su chi potesse nascondersi dietro a tutti quei baccanali. Tra i sospettati c’è anche Paul McCartney. Quello di Ebony&Ivorylivetogetherinperfectarmony, per intenderci. Ecco, se fosse vero, il baronetto riguadagnerebbe quel rispetto che ai miei occhi ha perso con la sua carriera da solista successiva al primo disco. Non che a Paul McCartney (uomo al quale, non fraintendetemi, voglio molto ma molto bene) possa fregargliene molto. Lasciatemi solo dire che sarebbe bellissimo. Forse la cosa più bella e geniale del mondo. Cioè, tu scrivi e canti robaccia come No More Lonely Nights, e poi fai questo?

Spero che McCartney faccia outing e ammetta.

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La Società Civile


Il personaggio simbolo di questa noiosa e ripetitiva campagna elettorale sembra essere lei. Lei che non può fare a meno di stare sulla bocca di tutti. Lei che sembra essere la soluzione a ogni problema di questo paese. La Società Civile. Prendete i discorsi del vostro innovatore/rottamatore/capopopolo preferito e date un’occhiata al nocciolo duro del discorso: “i politici di professione hanno sbagliato tutto, largo allo società civile”. Oltre questo fumo, l’arrosto è poi ben poco. Il fatto che una classe politica abbia fallito, viene letto da questi simpatici aizzatori come la cifra della necessità di eliminare quelli che loro chiamano, con molto disprezzo, i “mestieranti” della politica.

Giusto per chiarire un punto: la politica è un mestiere, e non può che essere un mestiere. Un mestiere richiede che si abbia una tecnica, e che si utilizzi questa tecnica al fine di produrre un qualche risultato che ci metta in buona luce, se confrontati con tutte quelle persone che fanno il nostro stesso mestiere. La (presunta o reale) inadeguatezza dei mestieranti dell’ultimo ventennio non ci può dire nulla sulla bontà o cattiveria di quel mestiere. Questo discorso è applicabile molto facilmente a qualunque mestiere. Cerco per vent’anni qualcuno che mi ripari il cesso come si deve, inizio a stufarmi degli idraulici, ho due possibilità: posso provare a ripararlo io (societò civile rispetto agli idraulici), con la quasi certezza di far saltare per aria tutto il condominio, oppure posso continuare a cercare un idraulico, nella speranza che la mia perseveranza venga premiata.

Insomma, per farla breve che devo andare al bar, i denti ve li fate cavare dal dentista, o andate a farveli cavare da quel tizio tanto simpatico che parla di etica e trasparenza e che ha la soluzione a tutto perché lui non è un “dentista di mestiere”?

Il dentista fa male col suo trapano. Ma è un dentista, almeno ho questa garanzia.

E poi, dai, siamo seri: Trasparenza? Etica? Politica?

Se la prima necessità della politica fosse quella di essere eticamente trasparente o trasparentemente etica, ci sarebbero ancora quei perdigiorno degli austriaci nelle nostre città.

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